142.

Mnemosyne mette a contatto due sfere apparentemente esclusive: quella della conoscenza e quella dell’immediatezza. Essa è principalmente dea della conoscenza in quanto si ha conoscenza sempre e solo del passato, mentre l’immediato è fuori da ogni determinazione, compresa quella cronologica. Quando l’immediato è colto nella rappresentazione (che è pure nell’etimo “ri-presentazione”) è già calato nel passato e, per ciò, non più immediato ma cronologicamente mediato, così come è imbrigliato da mille altre determinazioni. In tal modo  Mnemosyne indica pure quella sfera dell’immediatezza, altrimenti irrintracciabile. Seguire la sua traccia è quindi l’unico modo, per l’uomo della conoscenza, di tornare lì dove da sempre è perché la rappresentazione mostra in modo enigmatico che vi è stato.

Mnemosyne è allora la dea della consapevolezza dell’iniziato di far parte della schiera dei beati: per il suo tramite l’iniziato comprende la propria divinità e questo in entrambi i mondi, terreno e ultraterreno. In un senso lineare, discorsivo, Mnemosyne permette all’iniziato di ricordare, nell’oltretomba, il passato, prima che nascesse e così a ritroso fino allo stato di divinità, poi perduto con la caduta nella mortalità. D’altra parte questo mito è un’allusione a quella natura premortale che è eterna, ossia atemporale. Qui ci si avvede, si ricorda, che in ciò si è già stati anche nella vita attuale, quindi che letteralmente si è eterni. Il ricordarsi qualcosa di non rappresentabile, o meglio il ricordarsene attraverso una rappresentazione enigmatica (io mortale, sono stato eterno, dunque sono eterno), significa infine tornarne a contatto.

 

 

 

 

 

140.

 
Prima di sferzare i costumi o riderne, il moralista odierno ha un compito preliminare da assolvere: determinare, posto che qualcosa avanzi, quanto nella morale non è che una manifestazione della specie.

 

 

 

 

139.

 

Pensare è una cosa, procreare un’altra, i valori sociali sono una cosa, quelli individuali un’altra. Bisogna avere il coraggio dei propri valori per sé, non per gli altri, e volerli per sé, non per gli altri, come pecore tiranniche. Siate lupi o crepate, o siate pecore una volta per tutte e non rompete i coglioni.

 

 

 

138.

 

Dei due modi di dissolvere l’identità personale.  – Negativamente, come riduzione a meccanismo, a ingranaggio anonimo e sostituibile, apparentemente privo di esigenze emotive o di storia personale, così dall’impiegato all’internato. Positivamente, come chi contempla il proprio flusso di coscienza come farebbe con un oggetto fisico, o la propria storia personale come una rappresentazione teatrale senza morale, così del saggio e del grande artista.